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In Iraq la tensione è altissima a causa della grave crisi istituzionale scoppiata tra il premier sciita Nouri al-Maliki e il vicepresidente sunnita Tariq al-Hashimi. Nel frattempo, la questione rimbalza a livello internazionale ed assume contorni che svelano scenari inquietanti per la regione.
di Nino Orto
Il giallo:
Il 19 Dicembre 2011 la magistratura di Baghdad spicca un mandato di cattura per il vicepresidente al-Hashimi; è accusato di essere coinvolto in una serie di attentati contro funzionari governativi e della sicurezza compiuti nel corso degli ultimi anni. Hashimi ricusa immediatamente tutte le accuse e denuncia la sentenza come “politica” rifugiandosi qualche giorno dopo nella regione del Kurdistan iracheno.
Ufficialmente, il presidente dell’autorità curda Massoud Barzani ha dichiarato che il governo regionale non ha ceduto al-Hashimi alle autorità centrali di Baghdad perché non esistono prove di colpevolezza a suo carico e ha garantito al vice-presidente sunnita la piena libertà.
Il primo Aprile del 2012, le autorità curde hanno permesso ad al-Hashimi di recarsi in Qatar per incontrare l’Emiro, lo sceicco Hamad bin Khalifa Al-Thani, per ciò che i media qatarioti hanno descritto come una visita diplomatica ufficiale e che ha irritato fortemente il governo di Baghdad, che nel frattempo ha minacciato ritorsioni.
Il piccolo emirato del Golfo è poi divenuta la prima tappa di un più ampio tour regionale che ha compreso il peso massimo delle nazioni sunnite, l’Arabia Saudita, ed infine la Turchia da dove presumibilmente rientrerà nel Kurdistan iracheno.
Ma chi è Tariq al-Hashimi e perché la sua incriminazione diventa così pericolosa per l’equilibrio politico iracheno e regionale?
Hashimi ha alle spalle una lunga carriera all’interno della politica irachena e, dopo le elezioni del 2005, il suo Partito Islamico Iracheno rappresentava il più grande blocco sunnita all’interno del movimento trasversale e aconfessionale di al-Iraqya.
Le sue posizioni fermamente contrarie al federalismo e alla de-bahatificazione delle forze di sicurezza irachene e la sua continua richiesta di una negoziazione dei proventi del petrolio in base alla popolazione, negli anni, hanno identificato le sue idee con quelle della maggioranza della comunità sunnita.
La sua figura infatti rappresenta oggi una importante porzione della popolazione sunnita che, in caso di sua incriminazione, presagisce una irrimediabile sconfitta di al-Iraqya e una definitiva emarginazione dei sunniti dalla politica irachena.
Il nodo centrale:
In una recente intervista rilasciata a Asharq Al-Awsat, al-Hashimi non ha escluso la possibilità che vi sia un chiaro intervento siro-iraniano teso a rovinare la sua reputazione politica, ed ha accusato il premier al-Maliki di portare avanti una campagna intimidatoria tesa a zittire qualsiasi dissidenza contro la sua persona.
“La mia incriminazione non è stata una decisione giudiziaria emessa da un qualsiasi tribunale ma è una espressa volontà politica da parte di Maliki di non rispettare l’Art. 93 della Costituzione, che mi offre l’immunità” ha dichiarato il politico iracheno.
Il vice premier ribadisce come “l’Iraq di oggi è in una posizione estremamente difficile, la sua libertà come entità nazionale è sempre più offuscata dall’ombra di ingerenze esterne alla nazione e la questione aperta da Maliki nei miei confronti ha fatto esplodere una grave crisi nazionale dalla quale sarà molto difficile venirne fuori”.
Dal punto di vista sunnita, la chiara intenzione del premier iracheno di silurare al-Hashimi è un tentativo di emarginare definitivamente la componente nazionalista del governo e della maggioranza dei sunniti. Per molti iracheni ,infatti, questa decisione dimostra come l’obiettivo finale di Maliki sia rivolto ad accentuare le divisioni confessionali nel paese e a propugnare uno stabile governo centrale favorevole agli sciiti.
“Per l’opinione pubblica irachena è chiaro come questo dossier che mi accusa sia diventato un caso personale per Nuri al-Maliki” afferma al-Hashimi, ” è stato lui infatti che ha fatto esplodere il problema e che si è arrogato il diritto del rispetto della sentenza, arrivando a minacciare anche l’autorità curda per avermi assicurato protezione ”.
D’altronde, l’eccessivo accentramento del potere da parte del premier sciita ormai non preoccupa più solo i sunniti ma anche i curdi.
Nella lunga intervista rilasciata al quotidiano online Rudaw.net da Fuad Hussein, capo dello staff del Presidente iracheno Massoud Barzani, il diplomatico ha aspramente criticato il primo ministro Nuri al-Maliki per la sua gestione autoritaria del potere.
I curdi hanno finora sostenuto al-Iraqiya come argine al crescente potere del primo ministro ma anche, e soprattutto, per sostenere le richieste curde relative al diritto di estrarre petrolio in piena autonomia ed in cooperazione con società energetiche straniere.
Alla domanda su come l’attuale crisi abbia incrinato i rapporti tra curdi e il primo ministro sciita il funzionario ha affermato che “i curdi hanno fino ad ora considerato il premier Maliki come parte dello Stato. Il presidente dell’Iraq e il ministro degli Esteri sono curdi, così come molti parlamentari presenti all’interno del Parlamento tuttavia, se i gravi problemi attuali dell’Iraq non saranno completamente risolti, molto probabilmente la nazione comincerà a sgretolarsi”.
Anche la deputata curda Mehdi Haji in una recente conferenza stampa all’interno del parlamento ha rincarato la dose. “I curdi sono sotto pressione su tutti i fronti e la marginalizzazione del capo dell’Esercito Babakr Zebari, l’esclusione da parte di Maliki del consigliere Adel Berwari, e l’arresto del capo della commissione elettorale Faraj al-Haidari sono tutti atti ingiustificabili che aggravano in maniera seria la situazione generale del paese” ha affermato il politico iracheno.
“E’ crisi dopo crisi”, dichiara anche il vice primo ministro Saleh al-Mutlaq, “nessuno dei partiti politici vuole il primo ministro in questa posizione di forza ma Maliki controlla tutto attraverso la polizia, l’esercito e le misure di prevenzione per il terrorismo” e conclude “adesso tutti hanno paura”.
Della stessa opinione anche Reidar Visser, esperto di politica irachena presso il Foreign Affairs, che evidenzia come “ ogni leader politico sunnita sembra essere l’obbiettivo di questa campagna intimidatoria portata avanti da Maliki, si ha l’impressione che ogni musulmano sunnita o laico possa liberamente essere accusato di essere un baathista o un terrorista; un clima da caccia alle streghe”.
Le implicazioni regionali:
Oltretutto, la situazione è resa ancora più complicata dalle palesi ingerenze esterne da parte di nazioni che cercano di interferire nella libera sovranità della nazione irachena.
Non è un mistero infatti che Arabia Saudita, Turchia e i piccoli emirati del Golfo, che adesso appoggiano le richieste sunnite di avere maggiore centralità all’interno del nuovo Iraq, siano gli stessi che da mesi propongono in sede internazionale un intervento armato a favore dei ribelli siriani .
In particolar modo, Arabia Saudita e Turchia sono le nazioni che sembrano maggiormente impegnate nella creazione di un nuovo asse sunnita in contrapposizione alla crescente forza sciita nella regione e che vede Teheran come forza propulsiva.
Il viaggio di al-Hashimi in Qatar, proprio in un momento così delicato per la nazione irachena, riporta alla mente un copione già visto.
Il fulmineo appoggio incondizionato del piccolo stato del Golfo nei confronti dei ribelli siriani durante i primi mesi della rivolta e il ruolo centrale di al-Jazeera negli eventi che hanno portato alla defenestrazione e all’ uccisione dell’ex leader libico Muammar Gheddafi, sono infatti i segni tangibili del nuovo protagonismo internazionale del piccolo Emirato del Golfo, in appoggio alla politica di Ryad, all’interno del mondo arabo sunnita.
La visita ufficiale del vice-presidente sunnita potrebbe essere interpretato come il primo passo verso un progressivo ed inesorabile slittamento della sovranità nazionale dell’Iraq verso altre capitali, e, in secondo luogo, potrebbe trasformare velocemente la nazione nel campo di battaglia della guerra fredda regionale in corso tra sunniti e sciiti.
Il vice primo ministro Hussein al-Shahristani infatti ha fermamente condannato il Qatar per l’accoglienza riservata ad Hashemi definendola “inaccettabile” e chiedendo l’immediata estradizione del politico iracheno.
Accuse subito rispedite al mittente da parte di Doha che si dice “rispettosa delle leggi internazionali”.
Nel frattempo, il vice-presidente iracheno ha continuato il suo tour in Arabia Saudita, dove è restato alcuni giorni per “consultazioni” e dove ha ricevuto l’invito a risiedere nel paese fino a quando Maliki non avesse esaurito il proprio ruolo istituzionale come Premier, declinando tuttavia l’invito.
“Le visite sono finalizzate a discutere sui recenti sviluppi nella regione e per trattare questioni di interesse comune tra l’Iraq e i paesi arabi, sono pronto a ritornare in Kurdistan una volta finito il mio tour” ha sottolineato ai cronisti locali il vice-presidente.
Attualmente, l’alto funzionario sunnita iracheno è in Turchia dove, dopo aver tenuto un colloquio con il premier turco Erdogan, ha incontrato il leader curdo Masoud Barzani per fare il punto della situazione attuale ed impostare una strategia comune nei confronti di Maliki.
Intanto, il primo ministro Nouri al-Maliki dopo aver ricevuto le congratulazioni del presidente Barack Obama per il successo del Vertice arabo ospitato nella capitale irachena, incassa anche il rifiuto di Washington ad armare Baghdad con equipaggiamenti militari di ultima generazione, prontamente disponibili invece per gli altri alleati mediorientali.
Insomma, un ammonimento della Casa Bianca verso le politiche sempre più repressive del governo sciita di Maliki che complica ulteriormente lo scenario politico.
Ma è la situazione odierna in Siria la reale cartina tornasole dei rapporti di forza nella regione e tra i paesi dell’area.
Infatti, nella guerra a tutto campo che la Siria di oggi affronta, gli obiettivi delle nazioni sunnite sembrano essere stati raggiunti a scapito delle politiche di conciliazione messe in atto da Baghdad e Teheran. Damasco ora è isolata politicamente e destabilizzata economicamente e militarmente rendendo più facile un eventuale inasprimento del conflitto interno che potrebbe rapidamente estendersi in Iraq e Libano ed evolversi in una guerra all’interno dell’Islam tra sciiti e sunniti.
Secondo una teoria particolarmente “accreditata” che circola tra i media arabi sciiti, il tour di Hashimi in Arabia Saudita e Turchia farebbe parte di una cospirazione pianificata da tempo dai due paesi allo scopo di contrastare la cintura sciita nella regione e limitare l’influenza di Teheran. L’obiettivo sarebbe quello di innescare una guerra indiretta tra i due schieramenti nell’arena libanese o addirittura in Iraq.
A far paura è soprattutto la divisione della politica irachena che ben presto potrebbe riflettere non solo i legittimi interessi nazionali delle parti, ma anche quello di altri attori regionali. Il rischio incombente è che lo scontro per l’egemonia identitaria musulmana tra Iran e Arabia Saudita si trasformi in una guerra per procura che interesserebbe non solo l’Iraq, ma l’intera regione mediorientale.
La contrapposizione che si ripropone oggi rispecchia quella iniziata nel 680 d.c. a Kerbala, nell’attuale Iraq, dove si consumò il più grande e traumatico scisma all’interno del mondo musulmano tra la dinastia Ommayde da cui derivò la corrente sunnita, e gli appartenenti alla famiglia del profeta Muhammad, il cui martirio del nipote Alì diede luogo al culto della fede sciita.
Fino ad oggi la partita è sempre stata vinta dalla maggioranza sunnita ma, con il riequilibrio di potenza nella regione innescato dalle rivolte arabe e accelerato dal ritiro americano dall’Iraq, la storia potrebbe non ripetersi nuovamente.
Nino Orto